Mappa del festival
background image
Ingresso Gratuito
41°27'43"N 15°32'49"E
Mappa
Press Kit Catalogo Colophon Rassegna Stampa Design Fuori Fuoco
MOUE26

Manifesto

Illustrazione

MANIFESTO

Il “Design fuori fuoco” ha confini sfumati e labili ed è soggetto a continue trasformazioni, perché profondamente in relazione con i diversi contesti culturali, sociali e geografici in cui nasce. Date queste premesse, quali nuove direzioni di pensiero e di azione progettuale possiamo tracciare per orientarci in questo fermento di pratiche che sfuggono alle definizioni?

Illustrazione

Fare quel che si può con quel che si ha.

Essere designer al sud significa progettare in terre non arate, in cui la scarsità non è un’eccezione di circostanza ma una condizione di partenza. La terra è ricca ma le potenzialità sono nascoste: bisogna andarsele a cercare, riconoscerle, metterle insieme come si può per usarle per i propri scopi. Diventa fondamentale essere bricoleur: imparare a cavarsela, fare i conti con quello che c’è, adattare il lavoro alle risorse che ci sono a disposizione, rifunzionalizzare l’esistente per i propri obiettivi e riuscire a trovare vie alternative ogni volta che la strada più veloce è chiusa. In questo contesto, la creatività si configura non come un estro geniale, ma come un fatto ecologico: la capacità di ricombinare le risorse del territorio per rispondere a problemi locali concreti.

Spostare lo sguardo.

Nel design, oggi, è fuori fuoco tutto ciò che non sostiene la produzione di valore economico. Al centro del discorso restano le discipline legate al mercato. La storia del design ha visto uno spostamento di attenzione dal prodotto industriale al prodotto immateriale: comunicazione, servizi, esperienze, narrazioni. I risultati sono diventati meno tangibili e più sfumati, ma la natura del sistema è rimasta intatta. Dire “fuori fuoco” significa ribaltare lo sguardo e mettere a fuoco proprio ciò che normalmente resta nella visione periferica: pratiche progettuali che non generano capitale economico ma altre forme di valore — sociale, collettivo, generativo.

Voi decoro, noi de core.

Questo festival nasce da una sinergia di forze dal basso che si sono unite per mettere in forma i propri desideri. Nell’informalità dei percorsi bottom-up emergono logiche di solidarietà, reciprocità e gratuità da custodire gelosamente. Queste energie rischiano di disperdersi quando le cose cominciano a farsi serie. Cresce la statura e la complessità del progetto ed entrano in gioco nuove forze economico-burocratiche che alterano gli equilibri. Restare informali diventa un impegno umano: mantenere intatta nel tempo la spontaneità delle relazioni, dei modi, dei gesti, delle pratiche e lasciare spazio all’evoluzione lenta e caotica dei processi invece di costringerli dentro un’immagine coerente a tutti i costi.

Fare insieme.

Fare insieme è un istinto quasi animale: collaboriamo perché insieme riusciamo a ottenere ciò che da soli non potremmo raggiungere. Costruire un’infrastruttura collettiva però non è facile. Sono fatte di umanità con interessi, tempo, energie e competenze diverse che devono mettersi in ascolto l’una dell’altra. Immaginiamo allora di costruire sistemi relazionali orbitali, in cui mani e menti ruotano senza gerarchia attorno a un centro comune di senso e di desiderio, mantenendo ognuna le proprie velocità. Entrare in questo paradigma significa svincolarsi dalla logica del fare rete o networking e abbracciare un modo più sincero e onesto di costruire comunità di senso.

Dal Prodotto al Processo.

Il processo di progettazione convenzionale è lineare: designer > prodotto > consumatore. Per affrontare le sfide del nostro tempo il progetto ha bisogno di svincolarsi da questa logica e diventare circolare. Il designer non progetta più per un consumatore passivo ma con e per le comunità e i loro territori, che diventano soggetti di un processo condiviso in cui immaginano, riconfigurano, hackerano il proprio intorno. Il valore del progetto non è più nel prodotto finito ma nel processo: il flusso caotico di relazioni, sperimentazioni, frizioni e dialoghi che emergono nella co-progettazione.

Il festival come trailer.

Il festival dura cinque giorni ricchi di laboratori, dialoghi, mostre, incontri. La natura temporanea degli eventi aiuta a concentrare le energie e le attenzioni, eppure non gli permette di cambiare la città. Chiudiamo quindi con una domanda aperta: come può il Moue Festival essere il trailer di qualcosa di più grande, che abita la città tutti i giorni dell’anno?

Community

Community

Un progetto di
ABAFG GENERACT
Coorganizzazione
fg
Col patrocinio di
AIAP
In collaborazione con
ADISU UNIFG ISIA TAM Zetafonts
Con la partecipazione di
ARIA EMMAUS SCUOLA FATOMA FIAB IFUN BLIBIOTECA MAGNA CAPITANA PICCOLA COMPAGNIA IMPERTINENTE